lunedì 9 giugno 2014

Arpie & Co.

Federico era stato messo in castigo da suo padre perché era tornato a casa un'ora dopo il limite massimo delle sei e mezza.
Ma Federico, quel pomeriggio, si era spinto troppo oltre il confine del paese e, per tornare verso casa, a piedi, gli ci volle quasi un'ora. A passo spedito attraverso i vicoli deserti, non era riuscito a metterci di meno.
Qual pomeriggio non aveva preso nemmeno la bici: aveva paura che gliel'avrebbero rubata. Solo la settimana prima era intervenuto suo fratello, per difenderlo.
Si trovava, con Alessandro, davanti al minimarket. Avevano appena comprato due lattine di Seven Up e qualche caramella FrizziPazzi. Stavano liberando le biciclette dalla cancellata del negozio, quando una mano braccò il polso di Federico.
Alessandro era balzato sulla sua bmx e, bruciando l'incrocio del viale alberato, si era precipitato a  chiedere aiuto.
Il fratello maggiore di Federico, stava rientrando dall'Università in quel momento e, ragguagliato sugli ultimi eventi, sgommò a tutta birra. Duecento metri dopo si fiondò fuori dall'abitacolo, mentre il ladro era finalmente riuscito a liberarsi della presa di Federico.
Mani sul manubrio, stava per cavalcare la mountain bike e sparire. Aveva la gamba destra sollevata a mezz'aria, nel gesto di sistemarsi sul sellino quando due mani lo acchiapparono dalla maglietta e lo scaraventarono, pancia in giù, sui sedili posteriori di una Polo station wagon, azzurra.
I piedi penzoloni uscivano dall'abitacolo.
L'auto iniziò a girare su sé stessa, o così doveva sembrargli perché ebbe il terrore di essere sbalzato fuori e investito da un momento all'altro, a causa della forza centrifuga.
Dopo qualche lunghissimo minuto, il mondo si fermò.
Il ladro scese barcollante dall'auto e scappò sotto la canicola di quel mercoledì.
Passando, ormai correva, davanti al mini market, Federico rivide la scena di suo fratello che, bello come Dylan McKay, lo difendeva. Non potè soffermarsi troppo nelle rievocazioni perché doveva trovare una scusa valida, un motivo, una giustificazione plausibile.
"Dovevamo accompagnare Ilaria perché era sola, sai, abita lontano, non volevamo lasciarla..." No, non reggeva. "Mi sono perso." Sì, certo. Non era credibile, non poteva perdersi nel paese in cui viveva da quando era nato.
Attraversò, correndo, il viale e aprì il cancello. Gli vennero incontro Samantha e Dixie, annusandogli le scarpe. I suoi genitori, seduti in veranda giocavano a carte. Appena lo vide, sua madre si alzò col bicchiere, vuoto, in mano. Entrò in casa e, sparì dietro allo struscio della tenda di bambù.
"Scusa papà, so che..." (sapeva, di sicuro, che l'avrebbe interrotto quindi si fermò di proposito, aspettando la lavata di capo, la ramanzina).
Suo padre gli diede una settimana di castigo per ogni mezz'ora di ritardo.
Nelle successive due settimane gli fu concesso, almeno, di fare visita a me e mio fratello. Di fatto, non doveva uscire poiché le nostre case erano attaccate. Bastava uscire da un giardino per rientrare nell'altro. Le due case erano parte della stessa villa bifamiliare. Le separava un muro di cinta alto all'incirca un metro e sormontato da una ringhiera ricoperta di edera e vari rampicanti.
Federico era parecchio triste quando ci venne a trovare, quel pomeriggio. Doveva subire i domiciliari e suo padre l'aveva anche obbligato a vestirsi come una persona seria. Via i jeans e le sneakers. Il poveretto indossava un paio di pantaloni marroni e una camicia a quadri che avevo visto solo in sette spose per sette fratelli. Abbassai lo sguardo sui piedi e li vidi infilati in un paio di mocassini blu. Scamosciati.
Federico aveva l'umore sotto a quelle orribili scarpe quando mio fratello pensò bene di farlo ridere a mie spese, contando le mie pance.
Seduta, la mia ciccia si adagiava, una ciambella sopra l'altra. In totale avevo tre pance.
E più ridevo, perché mio fratello inventava dialoghi tra i mocassini e le mie pance, più Federico sembrava dimenticarsi di quanto ingiusto fosse suo padre.
Sono sempre stata cicciottella e ci ho sempre riso sopra, come in quel caso.
Non mi è mai importato molto dei commenti e dei consigli degli altri. A me piaceva mangiare. Mi piaceva il cibo, cucinarlo, prepararlo e assaggiarlo, guardarlo.
Non sono mai stata magra e non mi è mai importato parecchio.
Le critiche e le battutacce non hanno attecchito e il mio amor proprio è riuscito a sopravvivere all'adolescenza, intonso.
Nemmeno un fidanzato superficiale è riuscito nell'intento di farmi diventare insicura e complessata, anche se, per un periodo, temo che ci fosse quasi riuscito. Ho sempre avuto un carattere forte e, per fortuna, non sono mai stata vittima di disturbi alimentari.
Le volte che ho vomitato, è stato per il troppo freddo o per il troppo alcool.
Certo, comprare vestiti è sempre stato un problema.
Tessuti elasticizzati, taglie inverosimili e modelli di dubbio gusto. Tessuti acrilici che rilevano anche un neo o una puntura di zanzara.
Fantasie improponibili: righe orizzontali bianche e oro, pois fucsia su sfondo rosa cenere, fiori enormi, paillettes, brillantini, eco pelle, fuseaux giallo canarino, pezzi di stoffa che non si capisce se siano una minigonna o un top.
Modanoressia. Bulimia-portami-via.
In mezzo io: col mio gelato anche a Gennaio, la mia pasta, le mie curve. I miei fianchi.
Mi guardo allo specchio, sono nuda e ho quasi trent'anni. Sono una donna, ormai. Sono consapevole del mio corpo e, lo vedo, sono in sovrappeso. Lo vedo e dormo lo stesso sonni tranquilli.
Le mie braccia sono morbide, non ho muscoli scolpiti, c'è del grasso lì dentro.
Seguo l'incavo dell'ascella e arrivo al seno prosperoso, morbido. La sua prorompenza stringe leggermente in vita, dove la curva si allarga immediatamente dopo per percorrere i fianchi. Scende e vira sui glutei, sodi, alti. Abbondanti. Sono prosperità, sono morbidezza e profumo di burro fresco e vaniglia. Sono velluto e seta. Penetro nelle narici, sotto ai polpastrelli e mi faccio strada in una visione di verdi colline e boschi odorosi dove puoi fermarti a riposare mentre il fiume scorre tra rocce arrotondate e tronchi di rovere.
Non mi curo delle insalate scondite e delle centinaia di addominali, delle saune e delle sedute in palestra.
Non m'importa di dover assomigliare a una modella, io sono una ninfa.
Sono Dafne che sfugge ad Apollo; Nike, la vittoria; la Venere di Milo, Paolina Borghese.
Non ho mai, in definitiva, sentito il bisogno di dover rispondere a un modello. A uno stile. Di dover appartenere a una cerchia.
E non ho pudore.
Premesso ciò, io e le mie tre pance siamo salite in bici, venerdì pomeriggio.
Siamo andate a cercare qualcosa da indossare. Il battesimo sarebbe stato sabato pomeriggio.
Avevo già qualcosa da mettere ma, all'ultimo momento, ho preferito cercare un'alternativa. Non sapevo nemmeno io cosa volessi trovare. Fatto sta che entrai nel primo negozio, con la solita riluttanza.
Indossavo un paio di pantaloni rossi, di cotone. Sneakers. T-shirt nera. Niente di speciale, mi sentivo abbastanza sciatta per via dello shampoo, ancora da fare.
I capelli sporchi mi mettono a disagio, questo sì.
D'altronde, pensavo, poco importa. Faccio un giro per negozi, non temo il giudizio di nessuno. Sarei capace di uscire di casa in pigiama. Pensandoci, l'ho fatto.
Stavo a Roma in quel periodo. Una passeggiata sulla Tuscolana, in cerca di viveri per mettere insieme una cena. Misi le scarpe da ginnastica e scesi per strada, sì, in pigiama. Era blu.
Entrai nel negozio salutando ma sembrava che non ci fosse anima viva, così iniziai a curiosare tra la merce esposta. Vestitini, maglie, gonne, pantaloni, casacche. Tutta roba molto, troppo classica per i miei gusti. Finalmente sentii una voce femminile
"Se hai bisogno dimmi pure"
Mi girai e vidi che dietro il bancone era spuntata una signora di mezza età che doveva sentirsi ancora molto giovane. I leggins corti, neri, un paio di stivali chiari con la fibbia tempestata di finti brillantini... tutto l'insieme, a dire il vero, non le rendeva giustizia.
Aveva i capelli corti, arancioni e la sua pelle rugosa si presentava del colore del cuoio. La signora faceva sicuramente molte lampade: la pelle, sottoposta a lampada abbronzante, assume un colorito artificiale, carminio che volge all'arancione e, infine, al cuoio o tabacco bruciato.
L'abbronzatura posticcia  faceva sembrare la pelle del collo ancor più rilassata e solcata dalle rughe.
Dall'alto del suo metro e quarantacinque centimetri, non di più nonostante i tacchi, la signora di mezza età che voleva sembrare più giovane iniziò a guardarmi con un'espressione schifata. Mi parlava fissandomi i fianchi.
"No guarda, qui per te non c'è nulla"
"Scusi? Mi sta dicendo che in tutto il negozio..."
"No no, niente, al massimo questo" disse, indicando svogliata qualcosa davanti a sé, senza sollevarlo per mostrarmelo.
Mi spostai accanto a lei per capire cosa stesse indicando, cosa mi consigliava.
Vidi un lenzuolo di chiffon con un buco al centro, marrone, giallo, verde, blu. Ampie, grezze pennellate. Una cosa orrenda.
"No, io quello non lo metto. Non mi piace. Orribile" dissi, visti i toni.
"Ah, allora quello lì, accanto a quello a fiori, lo vedi? Laggiù, appeso"
Indicava nel vuoto, senza muoversi dal bancone.
Mentre mi spostavo dall'altra parte del negozio per capire a quale capo si riferisse, disse:
"Altrimenti c'è questo".
Tornai indietro, vicino al bancone dal quale lei non riusciva proprio ad allontanarsi: doveva essersi agganciata con la cintura di finto oro, a qualche gruccia, a qualche gancio. Non saprei.
Seguii il suo indice e mi ritrovai davanti a un manichino che indossava una casacca orrenda a quadretti bianchi e neri con un voulant che correva intorno alla vita. Una cosa del genere, nemmeno la mucca Clarabella l'avrebbe tollerata.
La signora di mezza età continuava a guardarmi schifata, dondolando il capo in segno di disapprovazione. Gli angoli della bocca rivolti verso il basso. I suoi occhi fissi sui fianchi, si sollevavano un poco verso la pancia e tornavano a fissare le mie cosce come se per me non ci fosse speranza. Ero stata condannata.
Mi sentii sporca, come una ladra, come se avessi compiuto un'azione deplorevole.
Fu la prima volta, in vita mia. La prima volta in cui un perfetto estraneo riuscii a farmi sentire mortificata per come ero.
Nessuno sfottò, nemmeno durante l'adolescenza era riuscito a fare tanto.
L'ignoranza e l'intolleranza di una sconosciuta mi misero al tappeto. Qualcuno che, in ogni caso, avrebbe dovuto farmi sentire accettabile anche con una tenda da circo indosso.
Qualcuno nel cui interesse ci sarebbe dovuto essere l'obiettivo di vendermi qualsiasi cosa io desiderassi.
Qualcuno che ha a che fare con esseri umani, insomma; mi aspettavo che una donna più anziana di me, soprattutto in quanto donna, avesse una sensibilità diversa.
Rimasi profondamente delusa perché era riuscita a rendersi degna di un uomo maschilista e becero, privo di carità e rispetto.
Andai via, uscii dal negozio mortificata. Mi sentivo umiliata.
Mi sentivo vittima di razzismo. Mentre mi allontanavo dal negozio, due pensieri iniziarono a montarmi in testa, come fossero bianco d'uovo. Man mano che ci riflettevo, montavano, crescevano, si spandevano.
Prima di tutto non ero riuscita a dirle nulla, non mi ero difesa. Non ero stata capace di ammonirla per il suo comportamento spregevole. Certo, sulle prime avrei potuto attingere agli insulti più bassi, riferendomi alla sua decrepitezza, alla sua statura e al suo cattivo gusto ma non potevo diventare lei. Abbassarmi al suo livello. Non sono una persona così superficiale, io. Non giudico le persone dalla massa corporea o dai gusti in fatto di vestire.
Secondo, poi, perché le persone sono cattive? Perché le persone sono insicure.
Mi ricordai del mio ex fidanzato. Negli ultimi anni era riuscito a farmi rifiutare da me stessa. Non mi guardavo più allo specchio e vestivo solo di nero. Sempre a lutto. Ora capisco per cosa ero a lutto. La mia intelligenza era morta, uccisa da un essere superficiale. Un ragazzo insicuro che aveva una sola chance per vincermi: complessarmi. Come se si trattasse di una battaglia per la sopravvivenza.
Invece di andare in palestra, andavo alle mostre, nelle biblioteche, al cinema. Mentre molti erano attenti all'effetto che facevano i jeans con quella maglia, io passeggiavo in tuta sulla Tuscolana e incontravo centinaia di persone che, la maggior parte delle volte, erano gentili con me.
Perché io ero gentile con loro.
Ecco: io ero stata gentile con lei, l'avevo salutata col sorriso, le parlavo in allegria, ero aperta al confronto, al dialogo, allo scambio. Ero pronta a raccogliere ogni suo consiglio.
Ecco: lei era stata acida, stronza. Un'arpia.
Tornando a casa, pedalavo con una forza rabbiosa, carica d'indignazione. Pedalavo all'impiedi, furiosa. Mangiai salite, curve, pendenze, piazze.
Arrivata a casa, guardai Claudio. Ormai ero triste e, non appena iniziai a raccontargli quello che era successo, sentii le lacrime scivolarmi sul collo e cadermi copiose sulla scollatura.
Stavo piangendo per una stronza sconosciuta che aveva il cervello grande quanto una noce di Macadamia. Quanto ero arrabbiata con me stessa!
Mi calmai pensando alla sua lotta impari contro la vecchiaia, alla cattiveria che la relegava nell'ignoranza e alla vita dozzinale alla quale era condannata. Solo così mi sentii meglio.
Forse, però, non ero meglio di lei.
Seduta sul letto, mi guardai le pance e sorrisi, ricordando Federico e i suoi mocassini.
Decisi di non pensare più alla triste donna di mezza età che lavora nel negozio di abbigliamento che c'è all'interno della galleria del centro commerciale "Parco Dora" di Torino, di fronte al bar.





 

1 commento:

  1. Già. E pensa, le persone riescono a farti dubitare di te stessa anche se sei magra.
    E hai proprio ragione, sono insicure. Parliamo di una persona che conosciamo entrambi, che per anni mi ha fatto dubitare di quella che sono, e in qualche caso mi ha cambiata in modo irreparabile. Ma quello che hai tu, e che sai di avere (è una doppia fortuna esserne consapevoli) è l'intelligenza. E se la magrezza può esserti regalata (dalla costituzione, per esempio), l'intelligenza non te la regala nessuno! Te la sei guadagnata. La signora evidentemente era troppo impegnata a farsi lampade e a fare palestra nel terrore di invecchiare e ingrassare per poter allenare il cervello.

    Ti abbraccio e abbraccio le tue tre morbidissime pance. Siete tutte bellissime! :*

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