lunedì 9 giugno 2014

Arpie & Co.

Federico era stato messo in castigo da suo padre perché era tornato a casa un'ora dopo il limite massimo delle sei e mezza.
Ma Federico, quel pomeriggio, si era spinto troppo oltre il confine del paese e, per tornare verso casa, a piedi, gli ci volle quasi un'ora. A passo spedito attraverso i vicoli deserti, non era riuscito a metterci di meno.
Qual pomeriggio non aveva preso nemmeno la bici: aveva paura che gliel'avrebbero rubata. Solo la settimana prima era intervenuto suo fratello, per difenderlo.
Si trovava, con Alessandro, davanti al minimarket. Avevano appena comprato due lattine di Seven Up e qualche caramella FrizziPazzi. Stavano liberando le biciclette dalla cancellata del negozio, quando una mano braccò il polso di Federico.
Alessandro era balzato sulla sua bmx e, bruciando l'incrocio del viale alberato, si era precipitato a  chiedere aiuto.
Il fratello maggiore di Federico, stava rientrando dall'Università in quel momento e, ragguagliato sugli ultimi eventi, sgommò a tutta birra. Duecento metri dopo si fiondò fuori dall'abitacolo, mentre il ladro era finalmente riuscito a liberarsi della presa di Federico.
Mani sul manubrio, stava per cavalcare la mountain bike e sparire. Aveva la gamba destra sollevata a mezz'aria, nel gesto di sistemarsi sul sellino quando due mani lo acchiapparono dalla maglietta e lo scaraventarono, pancia in giù, sui sedili posteriori di una Polo station wagon, azzurra.
I piedi penzoloni uscivano dall'abitacolo.
L'auto iniziò a girare su sé stessa, o così doveva sembrargli perché ebbe il terrore di essere sbalzato fuori e investito da un momento all'altro, a causa della forza centrifuga.
Dopo qualche lunghissimo minuto, il mondo si fermò.
Il ladro scese barcollante dall'auto e scappò sotto la canicola di quel mercoledì.
Passando, ormai correva, davanti al mini market, Federico rivide la scena di suo fratello che, bello come Dylan McKay, lo difendeva. Non potè soffermarsi troppo nelle rievocazioni perché doveva trovare una scusa valida, un motivo, una giustificazione plausibile.
"Dovevamo accompagnare Ilaria perché era sola, sai, abita lontano, non volevamo lasciarla..." No, non reggeva. "Mi sono perso." Sì, certo. Non era credibile, non poteva perdersi nel paese in cui viveva da quando era nato.
Attraversò, correndo, il viale e aprì il cancello. Gli vennero incontro Samantha e Dixie, annusandogli le scarpe. I suoi genitori, seduti in veranda giocavano a carte. Appena lo vide, sua madre si alzò col bicchiere, vuoto, in mano. Entrò in casa e, sparì dietro allo struscio della tenda di bambù.
"Scusa papà, so che..." (sapeva, di sicuro, che l'avrebbe interrotto quindi si fermò di proposito, aspettando la lavata di capo, la ramanzina).
Suo padre gli diede una settimana di castigo per ogni mezz'ora di ritardo.
Nelle successive due settimane gli fu concesso, almeno, di fare visita a me e mio fratello. Di fatto, non doveva uscire poiché le nostre case erano attaccate. Bastava uscire da un giardino per rientrare nell'altro. Le due case erano parte della stessa villa bifamiliare. Le separava un muro di cinta alto all'incirca un metro e sormontato da una ringhiera ricoperta di edera e vari rampicanti.
Federico era parecchio triste quando ci venne a trovare, quel pomeriggio. Doveva subire i domiciliari e suo padre l'aveva anche obbligato a vestirsi come una persona seria. Via i jeans e le sneakers. Il poveretto indossava un paio di pantaloni marroni e una camicia a quadri che avevo visto solo in sette spose per sette fratelli. Abbassai lo sguardo sui piedi e li vidi infilati in un paio di mocassini blu. Scamosciati.
Federico aveva l'umore sotto a quelle orribili scarpe quando mio fratello pensò bene di farlo ridere a mie spese, contando le mie pance.
Seduta, la mia ciccia si adagiava, una ciambella sopra l'altra. In totale avevo tre pance.
E più ridevo, perché mio fratello inventava dialoghi tra i mocassini e le mie pance, più Federico sembrava dimenticarsi di quanto ingiusto fosse suo padre.
Sono sempre stata cicciottella e ci ho sempre riso sopra, come in quel caso.
Non mi è mai importato molto dei commenti e dei consigli degli altri. A me piaceva mangiare. Mi piaceva il cibo, cucinarlo, prepararlo e assaggiarlo, guardarlo.
Non sono mai stata magra e non mi è mai importato parecchio.
Le critiche e le battutacce non hanno attecchito e il mio amor proprio è riuscito a sopravvivere all'adolescenza, intonso.
Nemmeno un fidanzato superficiale è riuscito nell'intento di farmi diventare insicura e complessata, anche se, per un periodo, temo che ci fosse quasi riuscito. Ho sempre avuto un carattere forte e, per fortuna, non sono mai stata vittima di disturbi alimentari.
Le volte che ho vomitato, è stato per il troppo freddo o per il troppo alcool.
Certo, comprare vestiti è sempre stato un problema.
Tessuti elasticizzati, taglie inverosimili e modelli di dubbio gusto. Tessuti acrilici che rilevano anche un neo o una puntura di zanzara.
Fantasie improponibili: righe orizzontali bianche e oro, pois fucsia su sfondo rosa cenere, fiori enormi, paillettes, brillantini, eco pelle, fuseaux giallo canarino, pezzi di stoffa che non si capisce se siano una minigonna o un top.
Modanoressia. Bulimia-portami-via.
In mezzo io: col mio gelato anche a Gennaio, la mia pasta, le mie curve. I miei fianchi.
Mi guardo allo specchio, sono nuda e ho quasi trent'anni. Sono una donna, ormai. Sono consapevole del mio corpo e, lo vedo, sono in sovrappeso. Lo vedo e dormo lo stesso sonni tranquilli.
Le mie braccia sono morbide, non ho muscoli scolpiti, c'è del grasso lì dentro.
Seguo l'incavo dell'ascella e arrivo al seno prosperoso, morbido. La sua prorompenza stringe leggermente in vita, dove la curva si allarga immediatamente dopo per percorrere i fianchi. Scende e vira sui glutei, sodi, alti. Abbondanti. Sono prosperità, sono morbidezza e profumo di burro fresco e vaniglia. Sono velluto e seta. Penetro nelle narici, sotto ai polpastrelli e mi faccio strada in una visione di verdi colline e boschi odorosi dove puoi fermarti a riposare mentre il fiume scorre tra rocce arrotondate e tronchi di rovere.
Non mi curo delle insalate scondite e delle centinaia di addominali, delle saune e delle sedute in palestra.
Non m'importa di dover assomigliare a una modella, io sono una ninfa.
Sono Dafne che sfugge ad Apollo; Nike, la vittoria; la Venere di Milo, Paolina Borghese.
Non ho mai, in definitiva, sentito il bisogno di dover rispondere a un modello. A uno stile. Di dover appartenere a una cerchia.
E non ho pudore.
Premesso ciò, io e le mie tre pance siamo salite in bici, venerdì pomeriggio.
Siamo andate a cercare qualcosa da indossare. Il battesimo sarebbe stato sabato pomeriggio.
Avevo già qualcosa da mettere ma, all'ultimo momento, ho preferito cercare un'alternativa. Non sapevo nemmeno io cosa volessi trovare. Fatto sta che entrai nel primo negozio, con la solita riluttanza.
Indossavo un paio di pantaloni rossi, di cotone. Sneakers. T-shirt nera. Niente di speciale, mi sentivo abbastanza sciatta per via dello shampoo, ancora da fare.
I capelli sporchi mi mettono a disagio, questo sì.
D'altronde, pensavo, poco importa. Faccio un giro per negozi, non temo il giudizio di nessuno. Sarei capace di uscire di casa in pigiama. Pensandoci, l'ho fatto.
Stavo a Roma in quel periodo. Una passeggiata sulla Tuscolana, in cerca di viveri per mettere insieme una cena. Misi le scarpe da ginnastica e scesi per strada, sì, in pigiama. Era blu.
Entrai nel negozio salutando ma sembrava che non ci fosse anima viva, così iniziai a curiosare tra la merce esposta. Vestitini, maglie, gonne, pantaloni, casacche. Tutta roba molto, troppo classica per i miei gusti. Finalmente sentii una voce femminile
"Se hai bisogno dimmi pure"
Mi girai e vidi che dietro il bancone era spuntata una signora di mezza età che doveva sentirsi ancora molto giovane. I leggins corti, neri, un paio di stivali chiari con la fibbia tempestata di finti brillantini... tutto l'insieme, a dire il vero, non le rendeva giustizia.
Aveva i capelli corti, arancioni e la sua pelle rugosa si presentava del colore del cuoio. La signora faceva sicuramente molte lampade: la pelle, sottoposta a lampada abbronzante, assume un colorito artificiale, carminio che volge all'arancione e, infine, al cuoio o tabacco bruciato.
L'abbronzatura posticcia  faceva sembrare la pelle del collo ancor più rilassata e solcata dalle rughe.
Dall'alto del suo metro e quarantacinque centimetri, non di più nonostante i tacchi, la signora di mezza età che voleva sembrare più giovane iniziò a guardarmi con un'espressione schifata. Mi parlava fissandomi i fianchi.
"No guarda, qui per te non c'è nulla"
"Scusi? Mi sta dicendo che in tutto il negozio..."
"No no, niente, al massimo questo" disse, indicando svogliata qualcosa davanti a sé, senza sollevarlo per mostrarmelo.
Mi spostai accanto a lei per capire cosa stesse indicando, cosa mi consigliava.
Vidi un lenzuolo di chiffon con un buco al centro, marrone, giallo, verde, blu. Ampie, grezze pennellate. Una cosa orrenda.
"No, io quello non lo metto. Non mi piace. Orribile" dissi, visti i toni.
"Ah, allora quello lì, accanto a quello a fiori, lo vedi? Laggiù, appeso"
Indicava nel vuoto, senza muoversi dal bancone.
Mentre mi spostavo dall'altra parte del negozio per capire a quale capo si riferisse, disse:
"Altrimenti c'è questo".
Tornai indietro, vicino al bancone dal quale lei non riusciva proprio ad allontanarsi: doveva essersi agganciata con la cintura di finto oro, a qualche gruccia, a qualche gancio. Non saprei.
Seguii il suo indice e mi ritrovai davanti a un manichino che indossava una casacca orrenda a quadretti bianchi e neri con un voulant che correva intorno alla vita. Una cosa del genere, nemmeno la mucca Clarabella l'avrebbe tollerata.
La signora di mezza età continuava a guardarmi schifata, dondolando il capo in segno di disapprovazione. Gli angoli della bocca rivolti verso il basso. I suoi occhi fissi sui fianchi, si sollevavano un poco verso la pancia e tornavano a fissare le mie cosce come se per me non ci fosse speranza. Ero stata condannata.
Mi sentii sporca, come una ladra, come se avessi compiuto un'azione deplorevole.
Fu la prima volta, in vita mia. La prima volta in cui un perfetto estraneo riuscii a farmi sentire mortificata per come ero.
Nessuno sfottò, nemmeno durante l'adolescenza era riuscito a fare tanto.
L'ignoranza e l'intolleranza di una sconosciuta mi misero al tappeto. Qualcuno che, in ogni caso, avrebbe dovuto farmi sentire accettabile anche con una tenda da circo indosso.
Qualcuno nel cui interesse ci sarebbe dovuto essere l'obiettivo di vendermi qualsiasi cosa io desiderassi.
Qualcuno che ha a che fare con esseri umani, insomma; mi aspettavo che una donna più anziana di me, soprattutto in quanto donna, avesse una sensibilità diversa.
Rimasi profondamente delusa perché era riuscita a rendersi degna di un uomo maschilista e becero, privo di carità e rispetto.
Andai via, uscii dal negozio mortificata. Mi sentivo umiliata.
Mi sentivo vittima di razzismo. Mentre mi allontanavo dal negozio, due pensieri iniziarono a montarmi in testa, come fossero bianco d'uovo. Man mano che ci riflettevo, montavano, crescevano, si spandevano.
Prima di tutto non ero riuscita a dirle nulla, non mi ero difesa. Non ero stata capace di ammonirla per il suo comportamento spregevole. Certo, sulle prime avrei potuto attingere agli insulti più bassi, riferendomi alla sua decrepitezza, alla sua statura e al suo cattivo gusto ma non potevo diventare lei. Abbassarmi al suo livello. Non sono una persona così superficiale, io. Non giudico le persone dalla massa corporea o dai gusti in fatto di vestire.
Secondo, poi, perché le persone sono cattive? Perché le persone sono insicure.
Mi ricordai del mio ex fidanzato. Negli ultimi anni era riuscito a farmi rifiutare da me stessa. Non mi guardavo più allo specchio e vestivo solo di nero. Sempre a lutto. Ora capisco per cosa ero a lutto. La mia intelligenza era morta, uccisa da un essere superficiale. Un ragazzo insicuro che aveva una sola chance per vincermi: complessarmi. Come se si trattasse di una battaglia per la sopravvivenza.
Invece di andare in palestra, andavo alle mostre, nelle biblioteche, al cinema. Mentre molti erano attenti all'effetto che facevano i jeans con quella maglia, io passeggiavo in tuta sulla Tuscolana e incontravo centinaia di persone che, la maggior parte delle volte, erano gentili con me.
Perché io ero gentile con loro.
Ecco: io ero stata gentile con lei, l'avevo salutata col sorriso, le parlavo in allegria, ero aperta al confronto, al dialogo, allo scambio. Ero pronta a raccogliere ogni suo consiglio.
Ecco: lei era stata acida, stronza. Un'arpia.
Tornando a casa, pedalavo con una forza rabbiosa, carica d'indignazione. Pedalavo all'impiedi, furiosa. Mangiai salite, curve, pendenze, piazze.
Arrivata a casa, guardai Claudio. Ormai ero triste e, non appena iniziai a raccontargli quello che era successo, sentii le lacrime scivolarmi sul collo e cadermi copiose sulla scollatura.
Stavo piangendo per una stronza sconosciuta che aveva il cervello grande quanto una noce di Macadamia. Quanto ero arrabbiata con me stessa!
Mi calmai pensando alla sua lotta impari contro la vecchiaia, alla cattiveria che la relegava nell'ignoranza e alla vita dozzinale alla quale era condannata. Solo così mi sentii meglio.
Forse, però, non ero meglio di lei.
Seduta sul letto, mi guardai le pance e sorrisi, ricordando Federico e i suoi mocassini.
Decisi di non pensare più alla triste donna di mezza età che lavora nel negozio di abbigliamento che c'è all'interno della galleria del centro commerciale "Parco Dora" di Torino, di fronte al bar.





 

martedì 29 aprile 2014

I paragoni stanno a zero

Come da titolo, confermo: i paragoni stanno a zero.
La vita insegna, sta a noi imparare, cogliere, farci furbi e non commettere gli stessi sbagli. 
Ma ci sono persone ottuse, piene di sé, bugiarde e ipocrite. 
Non pensiate che mi stia riferendo a una persona in particolare. Puó trattarsi di amici, familiari, fidanzati, mogli. 
Ognuno di noi ha immaginato la faccia di bronzo di qualcuno tra i sopra citati leggendo:
Ottuso
Pieno di sé
Bugiardo
Ipocrita
E poi potremmo aggiungere:
Superficiale,
Falso,
Fedifrago,
Amorale,
Egoista

Se state pensando a una persona nello specifico, se risponde all'appello di tutte queste caratteristiche il mio consiglio è: fate loro terra bruciata intorno, voltate spalle senza rimorsi e non porgete nemmeno la prima guancia. Liberatevi da questi cancri prima che vi rendano schiavi delle loro menzogne.
Non sprecate tempo con persone che hanno bisogno di sentirsi migliori di altri per riuscire a convivere con la profonda ineguatezza che li pervade a causa del buio vuoto che li divora da dentro e che non hanno mai voluto colmare. Scappate da coloro i quali non si vergognano nell'offendere la vostra intelligenza, ripetutamente.
Aprite le braccia a chi ha il coraggio di piangere, di amare e, soprattutto, di restare. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Potere del cristallo di luna, vieni a me

Mi son detta che è un bel titolo e me ne vanto.
Per dire che son libera dall'ingranaggio produttivo delle multinazionali che si son inventate la globalizzazione per non chiamarla colonialismo. Una roba del genere, comunque. Perché non gliene frega un cazzo a nessuno, ancor meno a me, di cosa sai fare. Purché tu sia il meno caro. Solo che, quando vai al supermercato, magari sui piatti e i bicchieri di plastica lo puoi fare sto discorso. Sui detersivi e sulle uova, secondo me, dovresti andare oltre il prezzo; considerare l'impatto ambientale, lo smaltimento dell'imballavgio. Cose a cui le multinazionali non pensano, assicurato. Ne' nel senso metaforico, ne' in quello evocativo dell'immagine di per sé. 
Vabbé, sono disoccupata e, al momento, sto vagliando tra un'interinalità (parola scomponibile a piacimento per creare dei giochi di parole che diano al termine valenza più che negativa, da grattata di palle) e il "contratto a progetto" per cui stai sicuro di sei mesi in sei e fai affidamento alla serietà dell'azienda per, prima o poi, aspirare a un determinato. 
In linea di massima, quindi, tutto ok. Mantengo la sanità mentale grazie a esercizi costanti di cinismo e ironia. 
Passo e chiudo.
La navicella si chiude, è un nuovo mondo quello che vedo venirmi incontro. 

martedì 27 agosto 2013

ammazzateli da piccoli

Il finto spot della Mercedes, realizzato da alcuni studenti tedeschi e dal quale la casa automobilistica prende le distanze, mostra la morte di Hitler, da bambino.
Della serie: ammazziamoli da piccoli. Modo orginale per vantare le qualità del nuovo sistema di frenata dell'auto che "elimina i pericoli prima che si manifestino".
Non discuto sul cattivo gusto dell'idea di mostrare la morte di un bambino.
Ma, siamo sinceri, quante volte avete pensato "se avessi la macchina del tempo lo andrei ad ammazzare in culla quel pazzo depravato?"
Personalmente, se avessi avuto la macchina del tempo, l'avrei rapito, portato lontano e salvato.



lunedì 26 agosto 2013

masterpis

Ve la ricordate Daria Bignardi alla prima conduzione del Grande Fratello?
Nemmeno lei, probabilmente, si sarebbe immaginata i mostruosi passi avanti (immensi per quanto riguarda i profitti, nulli per il progresso dell'umanità) fatti dai reality show in questi ultimi anni. 
Quasi vomito ma devo accettare che, in fine, sono riusciti a inventarsene uno anche sulla scrittura. 
La maggior parte dei libri o, meglio, prodotti editoriali che negli ultimi anni si sono avvicendati tra gli scaffali delle librerie (o punti vendita) rappresentano un'estrazione, uno spaccato, di quanto si sia degradato il concetto di cultura nel nostro paese.
I primi posti in classifica sono invasi da (auto)biografie di calciatori, sfumature di you porn, guide romanzate allo shopping compulsivo, ex panettieri dalla retorica mocciana facile... 
Quanto vi piacciono i romanzi di Baricco? Facili da apprezzare nelle loro tinte del "ti racconto una storia diversa ma uguale alle altre". Il romanzo - diagramma di flusso, funziona come un algoritmo. Puoi metterci tutti i belletti che ti passano in mente, resta un bel guscio vuoto con una morale che insegna l'arte del politicamente corretto presentato a ogni Salone Internazionale del Libro di Torino. Il padre della scuola di scrittura "Holden" è colui che ha contribuito alla distruzione della missione che la letteratura ha, nel mio ideale.
Voglio dire che, dal primo romanzo letto sino all'ultimo (fin'ora), ho sempre pensato che questa meravigliosa creatura dalle molteplici facce abbia un unico nobile scopo: educare.
Il fatto che qualcuno potesse guadagnarsi il pane era un'idea così romantica che credevo, seriamente, che gli autori fossero pagati a peso d'oro per l'inestimabile contributo prestato negli interessi dell'umanità tutta intera. 
L'età adulta s'è portata via, insieme a Babbo Natale, anche l'immagine del letterato come essere umano fortunato che vive di ciò che scrive. 
Il mercato ha lasciato spazio al trend e il tempo ha pensato al resto: i migliori autori che ci sono rimasti invecchiano, si ammalano, muoiono. 
La concezione di tempo è cambiata, la società è stravolta rispetto agli inizi del secolo scorso, è ovvio che le tecniche di narrazione cambino: non sto rimpiangendo Dumas o James ma i loro eredi mai nati.
La televisione ha reso il messaggio fruibile in maniera istantanea attraverso l'immagine in movimento e il libro, con tutte quelle pagine, è decaduto dagli interessi dei più. 
Cosa ci si poteva inventare? La televisione è entrata nell'editoria con fare prepotente e i comici di Zelig hanno iniziato a scrivere un libro all'anno. Da qui il passo è breve e la schiera di pennivendoli s'è dilatata.
Moccia è uno sceneggiatore televisivo, Volo è un dj? vj? presentatore? (mistero della fede).
Saviano è un giornalista che applica il modello "romanzo" a inchieste giornalistiche sulle quali non mi esprimo poiché non posso verificarne le fonti (sarà per questo che li chiama romanzi?). 
La Mazzantini ha un marito regista che aspetta il nuovo romanzo per chiamare Penelope Cruz e farci un film. 

Quale differenza può esistere tra un uomo che scrive grandi romanzi e li pubblica, e un altro che li scrive e non li pubblica? Che c'entra la pubblicazione dei romanzi con la grandezza loro? E il denaro averlo o non averlo, che c'entra con il carattere dell'uomo?
Bisogna avere una inverosimile forza accumulata in sé. Anni e anni occorrono, secoli alle volte, per diventare uno scrittore.
E scrivo per la semplice ragione che non ho nulla di più civile o decente da fare.
Io credo soltanto che vi è l'uomo. Il resto è trucco, artifizio. 
In questi racconti cerco di metter fuori l'uomo ch'io sono. E il più che posso della terra mia.

W. Saroyan








 

mercoledì 17 luglio 2013

sono come me ma non parlano con me

In questa gabbia di matti l'ipocrisia non è una malattia.
Gli ipocriti, loro, sono dei dritti. Sono smart, sono griffati e sono esclusivi.
Loro stanno solo con quelli come loro e, una volta girate le spalle sputano veleno su chiunque.
Sono attori abilissimi. Passano in quattro secondi dallo sguardo gravido di pena e compassione, all'espressione carica di veleno.
Sono quelli che leggono solo best seller e guardano film campioni d'incassi, sono glocal e non si perdono una sagra di paese ma i paesani, quelli, son cafoni e pecorai che servono a ricordare quanto è brutto tornare in ufficio il lunedì mattina.
Sono quelli del casual friday.
Sono quelli che forwardano una mail e shiftano le ferie.
Sono quelli che stanno in ufficio finché non ci sta il capo, poi schizzano via a gambe levate.
Sono quelli che non fanno mutua, non fanno figli, non fanno altro che pensare ai server giù, alle statische e alle call conference.
Sono quelli che fuori dall'ufficio, nel mondo reale, sono sfigati pantagruelici con immani problemi relazionali e vuotezza da riempire con villaggi turistici.
Sono i turisti del terzo mondo che tornano a raccontare quanta miseria ci sia a Cuba: l'hanno vista dallo sdraio riservato a bordo vasca, dietro alle lenti scure Gucci.
Sono quelli che, se vai in maternità sei out; sono quelli che son schiavi del lavoro e, senza quello, son comunque nessuno.
Sono i frustrati del traffico che ti aprono lo sportello dell'auto in faccia, se viaggi in bicicletta perché, loro, l'altro non l'hanno proprio capito, anzi, lo temono come il peggiore dei mali. Il diverso col quale non sarebbero in grado di tenere in piedi una conversazione oltre i confini del meteo e di quanto è bello Jovanotti.
Sono quelli che si portano il pc in vacanza per monitorare la situazione perché, diciamolo, senza di loro l'ufficio andrebbe in panne.
Sono quelli che non votano perché non hanno tempo.
Sono quelli che hanno la lingua appiccicata al culo di chi sta sopra e il tacco sulla testa di chi sta sotto.
Sono quelli che non usano il mouse, loro fanno tutto coi tasti poi, se ti incontrano per strada non sanno nemmeno se salutarti e, nel dubbio, si girano dall'altra parte.
Sono quelli che si allontanano dal capo sorridendo e adorando e poi, tra i denti stretti, sussurrano insulti e anatemi.

Quelli sono loro.







giovedì 27 giugno 2013

Il Pellicano No Profit

Scrivo questo post per indignazione nei confronti di coloro che millantano raccolte fondi per bambini malati di AIDS e che, in realtà, non aiutano proprio nessuno.

Torino, capolinea Lingotto della Metropolitana.
Prendi la scala mobile per salire in superficie e vieni abbordato da 4 o 5 sedicenti volontari con tesserino al collo e blocchetto di ricevute alla mano che, come fossero esattori impuniti, cercano in ogni modo di spillarti soldi a favore delle loro fantomatiche iniziative umanitarie.
Alla richiesta di ulteriori informazioni balbettano quattro parole: aids, bambini, Africa, donazione.
Pensano che un blocchetto di ricevute possa renderli trasparenti, puliti, autentici.
Il blocchetto di ricevute è, però, senza timbro.
Poi, qualcuno mi spieghi se un'Associazione no profit debba rilasciare ricevute. Non lo so ma a me sembra che non sia questo il modus.
Da quando le Associazioni No Profit mandano veri e propri promoter con l'atteggiamento di squali a raccogliere fondi? Nessun banchetto, nessun opuscolo informativo al di là di quelli privi di contenuti che tengono saldi tra le mani e che non rilasciano nemmeno su richiesta esplicita.
Cerca cerca, su internet sono innumerevoli le segnalazioni di truffa in tutta Italia.
E questi sono ancora a piede libero? Gli basta spostarsi di città in città?
Due mie colleghe ci sono cascate e son rimaste di stucco quando ho spiegato loro la verità dei fatti.
"Ma avevano il blocchetto delle ricevute".
Trovo vergognoso che questi individui dormano ancora sonni tranquilli quando dovrebbero essere arrestati.
L'AIDS non è uno scherzo.
E, in Africa i bambini muoiono davvero.
Perché non cambiare nome da pellicano ad avvoltoio?

Schifo.

Ps. segnalati a Carabinieri e Polizia personalmente, dopo qualche giorno ricompaiono. Ma io non mi arrendo. 

martedì 11 giugno 2013

massì

punto della situ-azione

Dunque.
il punto è il barocco
come quello di palazzo carignano?

no, peggio. io sono rococò.
e a me, il rococò, non è mai piaciuto.
quindi via orpelli, giri strani.
ma senza esagerare.

poi ci sono fogli come grossi pezzi di un puzzle.
e il fatto è che le sfumature combaciano secondo un ordine che non s'è ancora palesato.
ma è chiaro.
a me, sì. e a chi, altrimenti?

ma qui, oh qui: al diavolo punti, maiuscole e... no. i congiuntivi no. loro vanno preservati, come i panda.

il fatto è che bisogna stare attaccati con gli artigli a questo cazzo di sistema.
e il sistema, per quanto anarchiche siano le intenzioni, c'è.
ne facciamo parte.

gli apparteniamo.
perché tutto è sistema.
è un blob, il sistema. un blob vorace che rutta vite.

ma sono ottimista.
nonostante moloch incomba, riflettente, sui nostri crani.


mercoledì 8 maggio 2013

verde, sei tutto verde come una...

quella volta, anche quella volta eri tutto verde.
o, per lo meno, lo diventasti. e stavi sdraiato e non parlavi. la tua mente vagava e immaginava chissà quali prospettive apocalittiche dai suoni che sentivi arrivare oltre gli alberi.
che sentivamo.
noi tre, siamo stati soli tanto tempo, tante volte.
sai, lei mi manca moltissimo. e mi dispiace. mi dispiace. non smetterò mai di dire quanto. per quello che non sono stata in grado di dimostrare. per quello che speravo fosse tutto il noi che ci portavamo dietro da mezza vita.
tornando a te.
quella volta eri verde e stavi fermo con quel sorriso un po' scemo e un po' sigillo di chissà quale segreto della tua mente.
e noi ti chiamavamo, tu lo sai che eravamo affettuose, carogna. ci incombevi sulle teste e stavi zitto e quella situazione era così allucinata che ne ridevamo e ne ridevi anche tu.
bene, l'altro giorno mi hai fatto rotolare tra le mani la lattina di sprite appena il mio cervello ha iniziato ad associare quella parola al temporale che incombeva sulla città tutto gonfio e nero. un po' come te che incombevi sulle nostre teste quel lunedì.

e quindi, dimmi, che avrei dovuto fare se non dirti ciao, amico mio?

Funny Things to Ponder

Bob Marley Quotes